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Cure palliative in chirurgia e decisioni centrate sul paziente

Una lettura critica del consenso 2026: quali bisogni riconoscere, quando coinvolgere il palliativista e come verificare il valore dell’intervento

Illustrazione di un colloquio tra una paziente, un familiare e due medici sulle scelte del percorso chirurgico.

Il beneficio di un intervento chirurgico dipende anche dalla vita che rende possibile dopo l’operazione. Sopravvivenza, controllo della malattia e complicanze restano esiti essenziali. Per il paziente contano anche il recupero dell’autonomia, il sollievo dei sintomi e il carico di assistenza che dovrà affrontare. Questi aspetti devono entrare nella decisione prima dell’intervento e tornare al centro del confronto quando il decorso cambia.

Il lavoro di Wong e colleghi, pubblicato online il 20 ottobre 2026 sul Journal of the American College of Surgeons, aggiorna l’agenda di ricerca sulle cure palliative in chirurgia. Una conferenza di 28 esperti e ricercatori, tenutasi nel novembre 2025 e seguita da ulteriori discussioni, ha individuato undici priorità in tre aree: selezione dei pazienti; interventi, processi e competenze; misurazione degli esiti. Rispetto all’agenda del 2017, la selezione assume un rilievo autonomo, insieme alle differenze organizzative tra sistemi sanitari. È un consenso sulle domande da studiare, non una linea guida terapeutica né una nuova dimostrazione di efficacia. 1,2

Riconoscere il bisogno e scegliere il livello di intervento

Nel documento, surgical palliative care comprende le competenze palliative di base dell’équipe chirurgica e il contributo dei servizi specialistici. Riguarda sofferenza, qualità di vita, comunicazione e coerenza delle scelte con gli obiettivi del paziente. Può accompagnare un trattamento curativo e comprende anche i percorsi non operatori. Va distinta dalla chirurgia a intento palliativo, nella quale una procedura viene proposta soprattutto per alleviare un problema provocato dalla malattia. 1

Questa distinzione ha una conseguenza organizzativa. Controllare i sintomi, spiegare l’intento dell’operazione ed esplorare le priorità della persona appartengono al percorso chirurgico anche quando non viene richiesta una consulenza. Al tempo stesso, riconoscere le competenze dell’équipe non significa pretendere che affronti da sola ogni problema complesso o che esaurisca ogni tentativo prima di coinvolgere lo specialista.

Nella valutazione preoperatoria cercherei quindi di rendere espliciti i bisogni già presenti: sintomi difficili da controllare, sofferenza psicologica, aspettative poco compatibili con le possibilità cliniche, difficoltà nel decidere o nel sostenere il recupero. Annoterei quale problema è emerso, come viene affrontato e quale contributo ulteriore occorre. Una situazione stabile, con sintomi controllati e comprensione adeguata, pone una domanda diversa da una scelta ad alto impatto che il paziente non riesce ancora a comprendere o affrontare.

Fragilità e rischio operatorio possono richiamare l’attenzione, ma non descrivono da soli quel bisogno. Non permettono neppure di presumere quali esiti una persona consideri accettabili. I criteri appena indicati orientano la valutazione clinica: non sono una regola di selezione di cui questo consenso abbia dimostrato accuratezza o beneficio. Il campo resta inoltre più ampio dell’oncologia, includendo malattie d’organo, trapianti, pediatria e patologie chirurgiche croniche non oncologiche. 1

I trial negativi chiedono un’indicazione più precisa

SCOPE, trial randomizzato monocentrico, ha incluso nell’analisi 235 adulti candidati a chirurgia addominale oncologica maggiore con intento curativo o di controllo duraturo. La consulenza palliativa preoperatoria, con assistenza fino a 90 giorni, non ha migliorato significativamente la qualità di vita fisica e funzionale: le mediane aggiustate del FACT-G Trial Outcome Index erano 46,77 nell’intervento e 46,23 nel controllo, con p=0,46. Non sono emersi benefici significativi per giorni vivi a domicilio o sopravvivenza a un anno. L’intervento era stato erogato con elevata aderenza e il follow-up dei sopravvissuti era elevato. 3

Nel trial PERIOP-PC, condotto in cinque centri accademici statunitensi su 359 pazienti candidati a chirurgia curativa per neoplasie gastrointestinali superiori, la cogestione specialistica non ha migliorato significativamente la qualità di vita a tre mesi: FACIT-Pal medio 136,90 nell’intervento e 138,54 nel controllo, con p=0,62. La consulenza era stata ricevuta rispettivamente dal 90% e dall’11% dei pazienti; nel controllo restava possibile attivarla su indicazione clinica. 4

Non dimostrano equivalenza tra i gruppi né l’inutilità delle cure palliative in ogni contesto chirurgico. Documentano però che l’aggiunta sistematica dei modelli studiati non ha dimostrato il beneficio atteso nelle popolazioni arruolate. Non possiamo liquidare questi risultati come un difetto di applicazione o trasferire automaticamente alla chirurgia curativa i benefici osservati in altre popolazioni. 3,4

Ne ricavo una conseguenza pratica: motivare la consulenza con un problema concreto, senza considerare la sola diagnosi oncologica un’indicazione sufficiente alla cogestione specialistica sistematica. Il problema può richiedere un intervento prima dell’operazione, anche in presenza di un intento curativo. Se riguarda una decisione difficile, attendere che compaiano sintomi refrattari significherebbe ignorare la ragione stessa della richiesta.

Gli autori discutono selezione dei bisogni, tempi dell’intervento e scelta degli esiti come possibili spiegazioni dei risultati negativi. Sono ipotesi, non cause dimostrate. Anche una strategia più selettiva deve essere valutata: individuare pazienti con maggiori bisogni rende più chiaro il bersaglio dell’intervento, ma non garantisce da solo che il modello proposto funzioni. 1

Prima dell’operazione: chiarire quale recupero stiamo cercando

Consideriamo un caso clinico ipotetico. Un uomo di 78 anni, con neoplasia del colon giudicata resecabile e indicazione chirurgica non urgente, presenta fragilità e dipendenza parziale nelle attività quotidiane. Vive con la moglie, che può aiutarlo nelle attività leggere ma non nei trasferimenti più impegnativi. È disposto ad affrontare la riabilitazione per tornare a casa; teme soprattutto una dipendenza permanente che ritiene incompatibile con la propria idea di vita accettabile.

La richiesta utile al palliativista non sarebbe un generico giudizio sull’opportunità di operare. Occorrerebbe chiarire se il paziente abbia compreso le possibilità di recupero e come queste si colleghino alle sue priorità. Indicazione, rischio e alternative richiedono la valutazione chirurgica, anestesiologica e delle altre competenze necessarie. Il contributo palliativo consiste nel lavorare con quell’équipe su sintomi, comprensione, valori e oneri del percorso, senza sostituirsi alla valutazione dell’operabilità.

Il consenso chiede di migliorare la comunicazione dell’intento chirurgico e dei compromessi tra sopravvivenza, recupero funzionale, sintomi e dipendenza. 1 Nel caso descritto, questo significa discutere quanto sia realistico il ritorno a casa, quale aiuto possa servire e quali alternative siano realmente disponibili. Le stime vanno riferite alla situazione clinica e accompagnate dall’incertezza; una percentuale di complicanze, da sola, non spiega come potrebbe cambiare la vita della persona.

Il modello Best Case/Worst Case aiuta a rappresentare gli scenari favorevoli, sfavorevoli e più probabili delle opzioni. In uno studio prima-dopo su 32 pazienti anziani, la formazione dei chirurghi si associava a un aumento della mediana OPTION-5 da 41 a 74. È un risultato sul processo decisionale osservato, ottenuto in uno studio non randomizzato, non una prova di beneficio sulla sopravvivenza o sulla qualità di vita. 6

Userei questo tipo di conversazione per arrivare a una proposta motivata, non per trasferire al paziente un elenco di rischi e lasciarlo decidere da solo. Chiedergli di spiegare con parole proprie che cosa si aspetta può far emergere un equivoco ancora correggibile. La decisione potrebbe restare favorevole all’intervento: il colloquio non deve avere come esito prestabilito la rinuncia alla chirurgia. Se invece si sceglie un percorso non operatorio, occorre descrivere come proseguiranno trattamento della malattia, sollievo dei sintomi, sostegno e rivalutazione, secondo le opzioni effettivamente disponibili.

Quando il decorso cambia, riaprire la decisione

Il momento dell’intervento palliativo va collegato anche agli snodi clinici. Il consenso richiama la pianificazione intorno all’impianto di dispositivi di assistenza ventricolare: la fonte citata è una serie retrospettiva di 19 pazienti, 13 con consulenza, priva di un gruppo di controllo. È un esempio utile per formulare ipotesi sul timing, non una dimostrazione della superiorità di quel modello. 1,5

Nella pratica, considererei una complicanza che modifica le prospettive di recupero, una resezione non realizzabile, una degenza critica che si prolunga o una dimissione con nuovi bisogni come occasioni per rivalutare il progetto. Sono segnali per tornare alla valutazione, non criteri automatici di consulenza o di limitazione dei trattamenti. Un bisogno già riconosciuto richiede una risposta senza attendere lo snodo successivo.

Riprendiamo il paziente dell’esempio. Se sceglie l’intervento e sviluppa una complicanza potenzialmente reversibile che richiede terapia intensiva, un sostegno temporaneo può essere coerente con la disponibilità ad affrontare un recupero impegnativo. La complicanza non rende retroattivamente sbagliata la scelta iniziale. Impone però di aggiornare le informazioni: quale possibilità di recupero rimane, quali trattamenti la sostengono e quali oneri comportano adesso?

Il chirurgo e l’intensivista devono contribuire alla valutazione della reversibilità e della traiettoria attesa. Il palliativista può aiutare a ricollegarla agli obiettivi espressi e a sostenere paziente e familiari. Non dovrebbe essere chiamato soltanto a comunicare una rinuncia già decisa da altri. D’altra parte, il desiderio di tornare a casa non può essere interpretato automaticamente come rifiuto della riabilitazione o di un periodo di dipendenza temporanea.

Quando l’incertezza riguarda la risposta a trattamenti di sostegno vitale, può essere considerato un time-limited trial. Il rapporto ufficiale dell’American Thoracic Society lo descrive come un piano condiviso con il paziente o chi lo rappresenta: trattamento per un periodo definito, seguito da rivalutazione della risposta per decidere se proseguire verso il recupero, prolungare il periodo di prova o orientare le cure al solo comfort. 10

La durata e i criteri di rivalutazione devono essere adattati alla condizione clinica e condivisi; non si tratta di fissare un numero di giorni oltre il quale interrompere automaticamente il trattamento. In terapia intensiva il percorso è guidato soprattutto dai curanti intensivisti, con il contributo degli altri professionisti. Lo richiamo come possibile strumento per gestire l’incertezza, non come raccomandazione dimostrata dal consenso chirurgico: anche il documento ATS riconosce lacune sulle prove di efficacia e rischi di un’applicazione inadeguata. 10

Una consulenza deve lasciare un piano utilizzabile

Wong e colleghi propongono di definire che cosa la consulenza debba ottenere, quando il suo compito sia concluso e come concordare il passaggio di responsabilità all’équipe chirurgica. Considerano sia interventi circoscritti a un bisogno elevato sia condizioni che richiedono cogestione prolungata. La durata, quindi, va collegata al problema e al contesto. 1

Per il paziente dell’esempio, una richiesta leggibile potrebbe essere: «Chiarire con paziente ed équipe le aspettative di recupero e il peso della dipendenza assistenziale nella scelta; valutare la sofferenza associata e concordare la successiva rivalutazione». Se il problema fosse il dolore, la domanda dovrebbe descrivere intensità, andamento, trattamenti già ricevuti e attività ostacolate. Una richiesta precisa rende discutibile e verificabile il contributo atteso, senza ridurre la persona a un singolo sintomo.

Alla conclusione del colloquio vorrei trovare in cartella quali bisogni siano stati affrontati, quali decisioni siano state condivise, che cosa resti incerto e chi debba occuparsene. «Paziente informato» o «obiettivi discussi» non permettono all’équipe successiva di ricostruire il ragionamento. È più utile registrare quale risultato conta per la persona, che cosa ha compreso e perché la proposta attuale appare coerente con quelle priorità.

Questo richiede anche un cambiamento nel nostro modo di collaborare. Il consenso riconosce barriere culturali in entrambe le discipline e la necessità, per i palliativisti, di conoscere traiettorie perioperatorie, urgenza procedurale e responsabilità del chirurgo. 1 Prima di proporre una modifica del progetto, confronterei quindi con i curanti ciò che considerano reversibile e gli elementi sui quali fondano la prognosi. Un disaccordo clinico va esplicitato e discusso; non può essere risolto attribuendo a una specialità il compito di salvare e all’altra quello di interrompere.

La dimissione è una decisione clinica da rendere attuabile

Il dato di Cloyd e colleghi aiuta a comprendere la distanza tra una richiesta e il percorso realizzato. In uno studio prospettico monocentrico, 13 dei 25 pazienti la cui chirurgia oncologica curativa era stata interrotta per reperti inattesi completarono una consulenza palliativa ambulatoriale entro 30 giorni dall’arruolamento: il 52%, rispetto alla soglia di fattibilità del 70%. Il mancato accesso ambulatoriale non equivaleva sempre ad assenza di assistenza: tra chi non effettuò la visita, due pazienti avevano ricevuto cure palliative durante il ricovero. 7

La mia conclusione operativa è che non basti contare gli invii. Occorre capire se il bisogno abbia ricevuto una risposta, dove e con quale risultato. Anche una visita aggiuntiva può diventare un onere, se paziente e famiglia non ne comprendono lo scopo o se il percorso è difficile da raggiungere. Nello studio, tra le ragioni del mancato accesso figuravano proprio preferenze del paziente legate a utilità poco chiara e ulteriori appuntamenti con relativi spostamenti. 7

Supponiamo ora che il paziente del nostro esempio recuperi dalla complicanza ma abbia ancora bisogno di aiuto nei trasferimenti. La sua preferenza per il domicilio resta importante; non dimostra però che la moglie possa sostenere da sola l’assistenza. Prima di confermare quel progetto, verificherei con entrambi il carico concreto, le risorse disponibili e l’eventuale necessità di un passaggio riabilitativo o di sostegni ulteriori. La disponibilità di un familiare non può essere presunta dalla semplice convivenza.

Nel passaggio di consegne dovrebbero essere riconoscibili i bisogni ancora presenti, i trattamenti in corso, le decisioni condivise e il referente della rivalutazione. Un servizio richiesto ma non ancora attivato rappresenta un problema aperto, da gestire con un piano praticabile. È una proposta organizzativa coerente con il rilievo che il consenso attribuisce a transizioni e care partner; la sua fattibilità va verificata nella rete locale, senza trasferire automaticamente al contesto italiano i modelli statunitensi. 1

Stabilire che cosa significherà aver aiutato

Il consenso distingue esperienza del paziente, qualità dell’assistenza e risultati del trattamento. Una consulenza effettuata, un colloquio apprezzato e un miglioramento dei sintomi misurano aspetti differenti. Propone quindi esiti pertinenti alla fase clinica e all’obiettivo dell’intervento, coinvolgendo pazienti e familiari nella loro definizione. 1

Questa impostazione suggerisce di stabilire prima della rivalutazione che cosa stiamo cercando. Se il problema è il dolore, ne misurerei andamento e interferenza con riposo o mobilizzazione, insieme agli effetti indesiderati del trattamento. Se è una decisione, verificherei comprensione delle alternative e collegamento tra proposta clinica e priorità espresse. Se è il rientro a casa, controllerei che i sostegni previsti siano disponibili e che il carico assistenziale sia stato valutato con chi dovrà affrontarlo. Sono esempi di valutazione clinica, non un insieme di indicatori validato dalla conferenza.

Sul piano del servizio, proporrei un audit che segua i problemi dall’identificazione alla risposta: quali pazienti vengono riconosciuti, chi riceve effettivamente l’intervento, quali bisogni restano scoperti e che cosa cambia dopo. Il numero di consulenze descrive una parte del lavoro, ma da solo non dimostra né qualità né appropriatezza. Anche un miglioramento osservato dopo un nuovo percorso richiede cautela nell’attribuzione causale: possono avere contribuito decorso della malattia, selezione dei pazienti e altri interventi.

Lo stesso vale per ricoveri e giorni a domicilio. Una riduzione degli accessi può accompagnare un’assistenza migliore, ma può anche riflettere difficoltà di accesso. Restare a casa non è necessariamente un beneficio se comporta sofferenza non controllata o un carico insostenibile. Il risultato va interpretato rispetto alla persona, ai bisogni e alle preferenze, che possono cambiare durante il percorso. 1

L’intelligenza artificiale può aiutare a studiare la documentazione. Un lavoro citato ha valutato un modello linguistico su 528 note di 60 pazienti con tumore avanzato per riconoscere contenuti di pianificazione delle cure; un altro ha usato elaborazione del linguaggio naturale e verifica umana per rilevare colloqui sugli obiettivi di cura. 8,9 Questi strumenti identificano informazioni registrate: non dimostrano comprensione del paziente o appropriatezza della decisione. Li considererei un possibile supporto all’audit, con validazione locale e attenzione ai bias, mantenendo il confronto clinico come fonte necessaria per capire che cosa sia realmente avvenuto. 1

Il cambiamento da portare nel lavoro quotidiano

Da questo consenso ricavo una richiesta di maggiore responsabilità clinica. Nel paziente chirurgico, l’intervento palliativo dovrebbe avere un’indicazione riconoscibile, un obiettivo condiviso e qualcuno incaricato di verificarne l’esito. La consulenza può essere utile prima dell’operazione, dopo una complicanza o durante una transizione; il suo valore non dipende soltanto dalla precocità o dalla durata.

Per il paziente del nostro esempio, il lavoro comincia chiarendo che cosa renda accettabile il percorso chirurgico, prosegue aggiornando la proposta se cambiano le possibilità di recupero e arriva alla verifica di un’assistenza sostenibile dopo la dimissione. Non possiamo promettere che questo modello migliori ogni esito: è proprio ciò che la ricerca deve ancora misurare. Possiamo però rendere esplicito il ragionamento, riconoscere i bisogni e lasciare decisioni che l’équipe successiva sia in grado di comprendere e attuare. È su questo contributo concreto che, a mio avviso, dovremmo chiedere di essere valutati.

Riferimenti bibliografici

  1. Wong BO, Hoffman DI, Williams K, et al. Palliative Care in Surgery: Updated Research Priorities from the Surgical Palliative Care Research Expert Consensus Conference. J Am Coll Surg. Pubblicato online il 20 ottobre 2026. doi:10.1097/XCS.0000000000002260.
  2. Lilley EJ, Cooper Z, Schwarze ML, Mosenthal AC. Palliative Care in Surgery: Defining the Research Priorities. J Palliat Med. 2017;20(7):702-709. doi:10.1089/jpm.2017.0079.
  3. Shinall MC Jr, Martin SF, Karlekar M, et al. Effects of Specialist Palliative Care for Patients Undergoing Major Abdominal Surgery for Cancer: A Randomized Clinical Trial. JAMA Surg. 2023;158(7):747-755. doi:10.1001/jamasurg.2023.1396.
  4. Aslakson RA, Rickerson E, Fahy B, et al. Effect of Perioperative Palliative Care on Health-Related Quality of Life Among Patients Undergoing Surgery for Cancer: A Randomized Clinical Trial. JAMA Netw Open. 2023;6(5):e2314660. doi:10.1001/jamanetworkopen.2023.14660.
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  6. Taylor LJ, Nabozny MJ, Steffens NM, et al. A Framework to Improve Surgeon Communication in High-Stakes Surgical Decisions: Best Case/Worst Case. JAMA Surg. 2017;152(6):531-538. doi:10.1001/jamasurg.2016.5674.
  7. Cloyd JM, Khatri R, Sarna A, et al. Early Palliative Care Following Aborted Cancer Surgery: Results of a Prospective Feasibility Trial. Ann Surg Open. 2024;5(4):e520. doi:10.1097/AS9.0000000000000520.
  8. Agaronnik ND, Davis J, Manz CR, Tulsky JA, Lindvall C. Large Language Models to Identify Advance Care Planning in Patients With Advanced Cancer. J Pain Symptom Manage. 2025;69(3):243-250.e1. doi:10.1016/j.jpainsymman.2024.11.016.
  9. Lee RY, Kross EK, Torrence J, et al. Assessment of Natural Language Processing of Electronic Health Records to Measure Goals-of-Care Discussions as a Clinical Trial Outcome. JAMA Netw Open. 2023;6(3):e231204. doi:10.1001/jamanetworkopen.2023.1204.
  10. Kruser JM, Ashana DC, Courtright KR, et al. Defining the Time-limited Trial for Patients with Critical Illness: An Official American Thoracic Society Workshop Report. Ann Am Thorac Soc. 2024;21(2):187-199. doi:10.1513/AnnalsATS.202310-925ST.

Aggiornamento del 1 novembre 2026. Il testo è stato riorganizzato come commento clinico, con implicazioni operative esplicitamente distinte dalle evidenze, un caso ipotetico e un riferimento aggiuntivo sulla rivalutazione dei trattamenti di sostegno vitale.

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