Cure palliativeCaregiverMalattie avanzate

Il paziente oncologico vuole restare a casa: cosa organizzare per evitare ricoveri non desiderati

Il paziente oncologico desidera restare a casa? Come organizzare assistenza, farmaci e piano per le crisi, riducendo i ricoveri non desiderati in sicurezza.

Paziente oncologica e caregiver pianificano con un medico l’assistenza necessaria per restare a casa

Quando un paziente oncologico dice «voglio restare a casa», sta esprimendo un obiettivo di cura importante. Può voler conservare i propri ritmi, restare vicino alle persone care, evitare trasferimenti faticosi oppure trascorrere nel proprio ambiente la fase più avanzata della malattia. Questa preferenza deve essere ascoltata. Da sola, però, non rende il domicilio automaticamente sicuro e sostenibile.

Molti accessi in Pronto Soccorso non avvengono soltanto perché il sintomo è grave. Avvengono perché la crisi compare di notte, il farmaco prescritto non è disponibile, il paziente non riesce più a deglutire, il caregiver non sa chi contattare oppure nessuno ha chiarito che cosa possa essere trattato a casa e che cosa richieda l’ospedale. In quel momento il 112/118 diventa l’unica risposta possibile, anche quando il paziente avrebbe preferito un percorso diverso.

L’obiettivo corretto non è quindi «non ricoverare mai». È ridurre i trasferimenti evitabili o non coerenti con le volontà della persona, senza ritardare gli interventi che possono offrire un beneficio reale. Un ricovero può essere appropriato anche in un percorso palliativo. Può servire, per esempio, a trattare una complicanza reversibile, controllare rapidamente un sintomo che a casa non è gestibile o permettere al paziente di tornare al domicilio in condizioni migliori.

In breve

Restare a casa richiede che sei elementi siano presenti insieme: una preferenza espressa e compresa, un’équipe di riferimento, un piano terapeutico scritto, farmaci e vie di somministrazione realmente utilizzabili, un caregiver sostenibile e criteri chiari per distinguere una crisi gestibile al domicilio da una vera urgenza. Se manca uno di questi elementi, il desiderio del paziente rischia di dipendere dall’improvvisazione della famiglia.

Che cosa significa davvero restare a casa

La frase «non voglio più andare in ospedale» può avere significati molto diversi. Una persona può voler evitare soltanto controlli ripetitivi e trasporti estenuanti. Un’altra può accettare un ricovero breve per una complicanza reversibile, ma non desiderare trattamenti intensivi o invasivi. Un’altra ancora può voler ricevere esclusivamente cure orientate al comfort nel proprio domicilio, anche se questo comporta la rinuncia a interventi che richiedono l’ospedale.

Queste differenze devono essere chiarite quando il paziente è ancora in grado di partecipare alla decisione. Non basta domandare quale sia il luogo preferito. Occorre capire quali risultati la persona considera importanti, quali trattamenti è disposta ad affrontare e che cosa ritiene troppo gravoso rispetto al beneficio atteso. Devono inoltre essere valutate le alternative realmente disponibili: il domicilio non è una scelta astratta, ma un setting di cura con possibilità e limiti concreti.

Restare a casa non significa sospendere l’oncologia né rinunciare al trattamento dei problemi reversibili. Le cure palliative possono affiancare chemioterapia o immunoterapia quando sono ancora indicate. Il piano domiciliare deve però chiarire chi gestisce gli effetti avversi dei trattamenti, quali sintomi devono essere comunicati al centro oncologico e quali condizioni richiedono un accesso urgente. Una febbre durante una possibile neutropenia, una sospetta compressione del midollo o una grave emorragia non possono essere considerate semplicemente «sintomi da controllare a casa».

Il desiderio del paziente deve infine essere distinto dalle aspettative della famiglia. I familiari possono sostenere la scelta, ma non possono sostituirsi automaticamente alla volontà di una persona capace di decidere. Allo stesso tempo, la volontà del paziente non può trasformare un coniuge o un figlio in un’équipe sanitaria disponibile giorno e notte. La preferenza per il domicilio è realizzabile soltanto se anche il carico assistenziale viene valutato in modo onesto.

La pianificazione condivisa delle cure

In Italia la Legge 219/2017 prevede, per una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da evoluzione inarrestabile e prognosi infausta, la possibilità di realizzare una pianificazione condivisa delle cure tra paziente e medico. Il paziente viene informato sul possibile andamento della malattia, su ciò che può realisticamente attendersi, sulle possibilità cliniche di intervento e sulle cure palliative. Può quindi esprimere i propri orientamenti per il futuro e indicare una persona di fiducia. La pianificazione viene documentata e può essere aggiornata quando la situazione cambia.

Questo passaggio è diverso da una generica frase pronunciata in famiglia. Non equivale neppure a scrivere «non ricoverare» su un foglio. Una pianificazione utile traduce valori e preferenze in decisioni cliniche comprensibili: quali obiettivi hanno priorità, quali trattamenti restano proporzionati, quali interventi richiedono una nuova valutazione e che cosa fare se il paziente perde la capacità di esprimersi.

Le disposizioni anticipate di trattamento, o DAT, riguardano le volontà espresse in previsione di una futura incapacità. La pianificazione condivisa delle cure nasce invece nel rapporto con il medico durante una malattia già presente e viene adattata alla sua evoluzione. I due strumenti possono integrarsi, ma non sono la stessa cosa.

Per il domicilio è utile che il documento clinico risponda ad alcune domande concrete. Chi è il medico o il servizio responsabile del piano? Quali problemi sono prevedibili nelle prossime settimane? Quali interventi possono essere eseguiti a casa? In quali condizioni il paziente accetterebbe un ricovero? Chi deve essere contattato di giorno, di notte e nei festivi? Dove sono conservati il piano, la terapia aggiornata e i documenti che potrebbero servire a un professionista che non conosce il caso?

Una pianificazione non è definitiva. Una persona può cambiare idea. Anche la sicurezza del domicilio può cambiare per il peggioramento dei sintomi, la perdita della via orale, la comparsa di delirium oppure l’esaurimento del caregiver. Rivedere il piano non significa contraddire le decisioni precedenti; significa mantenerle aderenti alla situazione reale.

Le condizioni che rendono sostenibile il domicilio

Un referente clinico e una rete che comunichi

Il paziente oncologico può avere contemporaneamente come riferimenti l’oncologo, il medico di medicina generale, l’Unità di Cure Palliative Domiciliari, l’ADI, uno specialista privato e diversi infermieri. La presenza di molti professionisti non garantisce di per sé continuità. Se nessuno sa chi debba decidere durante una crisi, la responsabilità ricade sul caregiver.

Il piano deve indicare un referente clinico e i ruoli degli altri professionisti. Le informazioni essenziali devono essere condivise: diagnosi, fase della malattia, trattamenti in corso, allergie, funzione renale ed epatica quando rilevanti, terapia aggiornata, capacità di deglutire, accessi venosi, ossigenoterapia, obiettivi del paziente e decisioni già concordate.

Le linee guida NICE sull’organizzazione delle cure di fine vita sottolineano la necessità di coordinamento tra ospedale e territorio, condivisione dei piani e accesso a un professionista informato anche fuori orario. Questo standard non è disponibile nello stesso modo in tutti i territori. Perciò la famiglia deve conoscere il servizio realmente attivo nel proprio caso, i suoi orari e l’alternativa prevista quando non è raggiungibile. Un numero di telefono al quale nessuno risponde di notte non può essere considerato un piano di emergenza.

In Italia le cure palliative sono un diritto riconosciuto dalla Legge 38/2010. I Livelli Essenziali di Assistenza includono le cure palliative domiciliari erogate dalle Unità di Cure Palliative. Per il livello specialistico, l’articolo 23 dei LEA prevede continuità assistenziale e pronta disponibilità medica e infermieristica sulle 24 ore. Questa caratteristica non deve però essere attribuita automaticamente a qualsiasi forma di ADI o a ogni singolo accesso domiciliare. L’organizzazione pratica dipende dalla rete locale e deve essere verificata prima che compaia la crisi. La pagina sul paziente oncologico dimesso a casa approfondisce in modo specifico dimissione protetta, attivazione territoriale e passaggio ospedale-domicilio.

Un piano terapeutico che possa essere applicato davvero

Una terapia scritta non è necessariamente una terapia utilizzabile. Il caregiver deve distinguere i farmaci regolari da quelli prescritti al bisogno, conoscere la formulazione esatta e sapere quale indicazione è stata data per ogni sintomo. Devono essere disponibili quantità adeguate, prescrizioni valide e materiali necessari. È inoltre importante stabilire chi rivaluterà efficacia ed effetti indesiderati.

Il piano per i sintomi prevedibili può includere analgesici, antiemetici, lassativi e altri farmaci scelti sul singolo caso. Non esiste però una «borsa palliativa» uguale per tutti. Diagnosi, terapie oncologiche, insufficienza renale o epatica, rischio emorragico, delirium, capacità di deglutire e trattamenti concomitanti modificano le scelte. Avere in casa morfina o un sedativo senza istruzioni individuali non rende l’assistenza più sicura.

La via di somministrazione deve essere rivalutata prima che diventi inutilizzabile. Se il paziente non riesce più a deglutire, vomita ripetutamente o presenta una riduzione importante della coscienza, compresse e gocce possono non essere affidabili. Non devono essere frantumate o sostituite autonomamente. La guida su cosa fare quando il paziente oncologico non riesce a deglutire i farmaci descrive i rischi e le alternative possibili. In persone selezionate la via sottocutanea consente la somministrazione di alcuni farmaci, ma richiede prescrizione, scelta corretta del dispositivo, formazione e monitoraggio.

Farmaci e presidi devono arrivare prima del bisogno

Un letto articolato, un materasso antidecubito, un ausilio per i trasferimenti, una comoda, materiale per medicazioni o ossigeno prescritto non sono dettagli logistici. Possono determinare se il paziente riesce a restare a casa e se il caregiver può assisterlo senza esporsi a cadute o lesioni.

I presidi devono corrispondere al bisogno reale. L’ossigeno, per esempio, non è il trattamento universale di ogni dispnea; viene prescritto quando esiste una specifica indicazione. Anche aspiratori, pompe e accessi venosi comportano compiti, manutenzione e possibili complicanze. Ogni dispositivo dovrebbe avere un responsabile, istruzioni e un riferimento per i problemi tecnici o clinici.

È utile osservare direttamente l’ambiente domestico: accessibilità del bagno, spazio intorno al letto, illuminazione notturna, rischio di caduta, temperatura, conservazione sicura dei farmaci e possibilità di far entrare i soccorsi. Spesso una difficoltà attribuita alla malattia dipende in parte da un ambiente non più adatto alla nuova autonomia del paziente.

Il caregiver deve essere formato, ma anche protetto

Il caregiver deve sapere che cosa osservare e quali azioni semplici sono state concordate. Deve anche poter dire che una manovra è troppo difficile, che non riesce a sollevare il paziente, che non dorme da più notti o che ha paura di somministrare un farmaco. Queste informazioni non rappresentano un fallimento. Sono dati clinici che modificano la sostenibilità del domicilio.

La valutazione deve considerare disponibilità reale, capacità fisica, comprensione delle istruzioni, lavoro, presenza di bambini o altre persone da assistere, eventuali conflitti familiari e copertura notturna. Un solo familiare non può garantire indefinitamente sorveglianza continua, terapia, igiene, mobilizzazione e gestione delle crisi.

La sezione dedicata ai caregiver raccoglie guide sui problemi più comuni. Quando la famiglia è vicina al limite, occorre aumentare il supporto, distribuire i compiti o valutare un diverso setting prima che l’esaurimento produca una crisi.

Come preparare un piano per le crisi

Il piano deve essere breve abbastanza da poter essere utilizzato durante una notte difficile, ma completo abbastanza da evitare interpretazioni. Non è sufficiente avere una lunga lettera clinica. Serve una pagina operativa, aggiornata e riconoscibile.

Per ogni sintomo prevedibile devono essere indicati il trattamento regolare, l’eventuale farmaco al bisogno prescritto, la via, il tempo entro cui valutarne l’effetto e il contatto da utilizzare se il beneficio non arriva. Devono inoltre essere distinti tre livelli: ciò che il caregiver può fare secondo il piano, ciò che richiede una valutazione clinica nella stessa giornata e ciò che richiede assistenza immediata.

La tabella seguente serve a comprendere il metodo. Non sostituisce il piano individuale e non autorizza a iniziare farmaci o dosi non prescritti.

Tabella: Il paziente oncologico vuole restare a casa: cosa organizzare per evitare ricoveri non desiderati
Situazione Se è già prevista nel piano domiciliare Quando serve una valutazione rapida Quando non attendere una visita programmata
Dolore simile agli episodi già valutati Utilizzare soltanto il farmaco al bisogno prescritto e registrare risposta ed effetti Crisi più frequenti, beneficio breve, nuovo dolore o necessità ripetuta di dosi al bisogno Dolore improvviso con impossibilità a sostenere il peso, sospetta frattura, nuova debolezza, perdita di sensibilità o disturbi di vescica e intestino
Dispnea già conosciuta Applicare le misure e i farmaci espressamente concordati, mantenendo il paziente nella posizione più tollerata Peggioramento progressivo, nuovo bisogno di ossigeno, febbre, secrezioni o beneficio insufficiente del piano Dispnea improvvisa e grave, labbra bluastre, dolore toracico, sangue con la tosse, perdita di coscienza o impossibilità a parlare per la mancanza d’aria
Nausea o vomito Usare l’antiemetico prescritto se la via è ancora affidabile e osservare la capacità di trattenere liquidi e farmaci Vomito ripetuto, addome più gonfio, terapia orale non trattenuta, disidratazione o riduzione delle urine Sangue nel vomito, dolore addominale improvviso e intenso, marcata alterazione della coscienza o rapido peggioramento generale
Confusione o agitazione Ridurre stimoli e rischi, verificare le cause semplici già indicate e utilizzare soltanto il piano prescritto Delirium nuovo o in peggioramento, allucinazioni, insonnia continua, rischio di caduta o impossibilità del caregiver a garantire sicurezza Convulsione, perdita di coscienza, nuova paralisi o disturbo del linguaggio, trauma importante o pericolo immediato per il paziente e per gli altri
Febbre durante una terapia oncologica Seguire il protocollo scritto dal centro oncologico Contattare con urgenza l’oncologia se esiste una possibile neutropenia o una tossicità del trattamento; non attendere una visita domiciliare ordinaria Se il centro non garantisce una valutazione immediata, oppure compaiono brividi intensi, ipotensione, difficoltà respiratoria, confusione o rapido peggioramento, attivare il percorso di emergenza
Sanguinamento Applicare soltanto le misure locali già insegnate per un sanguinamento lieve e noto Aumento della quantità, episodi ripetuti, terapia anticoagulante, capogiri o pallore Emorragia abbondante o non controllabile, difficoltà respiratoria, perdita di coscienza o segni di shock richiedono assistenza immediata

Il piano deve contenere anche i numeri corretti per le diverse fasce orarie. «Chiamare il medico» non è un’indicazione sufficiente se non sono specificati il medico, l’orario e l’alternativa in caso di mancata risposta. WhatsApp non è un canale adatto a un’emergenza: un messaggio può non essere letto in tempo.

È utile conservare insieme, in un punto noto della casa, la terapia aggiornata, le allergie, i recapiti, l’ultima lettera oncologica o di dimissione, gli esami più importanti, l’eventuale pianificazione condivisa delle cure e l’indicazione della persona di fiducia. La data di revisione deve essere visibile, perché un piano di alcune settimane prima può non essere più compatibile con le condizioni attuali.

Quando l’ospedale resta necessario

Le cure palliative non trasformano ogni emergenza in un problema domiciliare. L’ospedale resta appropriato quando è necessario un esame o un intervento non disponibile a casa e quando il beneficio atteso è coerente con gli obiettivi del paziente. La scelta dipende dalla situazione clinica, dalla reversibilità del problema, dal carico del trattamento e dalle preferenze informate della persona.

Una sospetta compressione midollare, una frattura patologica, un ictus, un’embolia polmonare, una sepsi, una febbre neutropenica, un’emorragia importante, un’occlusione che richieda decompressione o una tossicità oncologica severa possono richiedere valutazioni e trattamenti ospedalieri. Anche un sintomo palliativo può rendere necessario un ricovero breve se il controllo rapido non è possibile al domicilio.

La decisione di non ricorrere all’ospedale in una fase molto avanzata può essere clinicamente ed eticamente appropriata, ma non deve essere improvvisata durante la crisi. Deve derivare da una discussione informata con il paziente, essere documentata e accompagnata da un’alternativa concreta per il controllo dei sintomi. Se il piano non esiste, il paziente è incapace di esprimersi e la situazione è urgente, una pagina internet non può stabilire che il ricovero debba essere evitato.

Evitare un ricovero non desiderato non significa ostacolare un ricovero utile. In alcuni casi un trattamento ospedaliero proporzionato permette proprio di recuperare il controllo dei sintomi e tornare a casa.

Il ruolo e i limiti del caregiver

Il domicilio si regge spesso sul lavoro non retribuito di una o due persone. Il caregiver controlla gli orari, aiuta nell’igiene, osserva i sintomi, contatta i servizi, organizza farmaci e prescrizioni e, talvolta, gestisce dispositivi. Questo impegno può diventare continuo proprio quando il sonno e la lucidità sarebbero più necessari.

La stanchezza non è soltanto un problema emotivo. Aumenta il rischio di errori nella terapia, cadute durante i trasferimenti, conflitti, ritardi nel chiedere aiuto e accessi ospedalieri in condizioni ormai ingestibili. Per questo la capacità del caregiver deve essere rivalutata insieme ai sintomi del paziente.

Alcuni segnali indicano che il piano va rivisto: il familiare non riesce più a dormire, non comprende lo schema terapeutico, evita una medicazione per paura, non riesce a mobilizzare il paziente, resta solo per molte ore o sente di non poter garantire sicurezza. In questi casi occorre organizzare ulteriori accessi, coinvolgere altre persone, semplificare il piano o considerare l’hospice. Chiedere aiuto prima del collasso protegge sia il paziente sia la famiglia.

Morire a casa non è un dovere morale. Se il paziente desidera il domicilio ma i sintomi sono instabili o il caregiver non può sostenere l’assistenza, proporre un setting diverso non significa tradire la sua volontà. Significa cercare il modo più vicino possibile ai suoi obiettivi senza trasferire sulla famiglia un carico non sicuro.

Quando valutare l’hospice

L’hospice è parte della rete di cure palliative, non l’opposto del domicilio. Può essere indicato quando dolore, dispnea, delirium o altri sintomi richiedono osservazione e adattamenti frequenti, quando servono terapie non gestibili in sicurezza a casa o quando la famiglia non riesce più a garantire assistenza continuativa.

Il ricovero in hospice può anche essere temporaneo. Dopo la stabilizzazione dei sintomi, alcune persone possono tornare a casa con un piano più solido. La guida sulle differenze tra cure palliative domiciliari e hospice aiuta a confrontare i due setting senza considerarli scelte irreversibili.

La domanda utile non è «qual è il luogo migliore in assoluto?». È «quale luogo permette oggi di rispettare maggiormente gli obiettivi della persona, controllare i sintomi e proteggere il caregiver?». La risposta può cambiare nel tempo.

Che cosa comprende una valutazione domiciliare

Una valutazione palliativistica a casa non consiste soltanto nel prescrivere un analgesico. Ricostruisce la diagnosi e la fase della malattia, il trattamento oncologico, i sintomi prioritari, la terapia realmente assunta, la capacità di deglutire, la funzione cognitiva, la mobilità, i presidi, il rischio di caduta e la capacità assistenziale della famiglia. Verifica inoltre quali servizi siano già attivi e chi debba essere coinvolto.

Il medico può distinguere un sintomo atteso da una complicanza che richiede esami, riorganizzare la terapia, predisporre farmaci al bisogno, valutare una via alternativa e definire criteri di rivalutazione. Può inoltre chiarire quali interventi siano fattibili al domicilio e quali richiedano un altro setting. Una consulenza privata può integrare il medico di medicina generale, l’oncologia e i servizi pubblici, ma non sostituisce automaticamente una presa in carico multiprofessionale né garantisce una reperibilità continuativa.

Per un primo orientamento sono utili il comune in cui si trova il paziente, la diagnosi, gli ultimi referti, i trattamenti oncologici in corso, l’elenco completo dei farmaci con formulazioni e dosi, i sintomi principali, la capacità di bere e deglutire, gli eventuali accessi venosi o dispositivi, la terapia anticoagulante e i servizi domiciliari già attivati.

Che cosa dicono le evidenze

Le linee guida ASCO del 2024 raccomandano l’integrazione delle cure palliative specialistiche nel percorso oncologico, in particolare nei pazienti con tumore avanzato e bisogni fisici, psicologici, sociali o spirituali non adeguatamente controllati. Questo supporto può procedere insieme ai trattamenti antitumorali.

Le linee guida ESMO sulla fase di fine vita pongono al centro comfort, qualità di vita, comunicazione e valutazione multidimensionale. Le linee guida NICE sottolineano che il luogo di cura preferito richiede identificazione precoce dei bisogni, coordinamento, condivisione del piano, coinvolgimento del caregiver e accesso a un riferimento fuori orario.

Una revisione Cochrane del 2021 ha rilevato che i programmi strutturati di assistenza di fine vita a domicilio aumentano la probabilità che la persona muoia a casa. L’effetto sui ricoveri non programmati e sugli esiti del caregiver resta però più incerto. È un dato importante: l’assistenza domiciliare può rendere più realizzabile il luogo preferito, ma non garantisce l’assenza di accessi ospedalieri.

Nel 2026 lo studio randomizzato ALLAN ha valutato 118 pazienti con tumori gastrointestinali avanzati sottoposti a chemioterapia palliativa. Il gruppo affidato precocemente a un’équipe specialistica domiciliare ha avuto meno accessi in emergenza, meno ricoveri e meno giorni in ospedale rispetto al gruppo di controllo. Il modello era però molto intensivo: équipe multiprofessionale, reperibilità continua, numerosi accessi a casa e possibilità di eseguire al domicilio terapie ed esami non disponibili in tutti i territori. Inoltre gli esiti sull’utilizzo ospedaliero erano secondari, lo studio era piccolo e condotto in una sola area svedese. I risultati dimostrano che una rete domiciliare strutturata può incidere sui ricoveri; non permettono di trasferire automaticamente la stessa entità del beneficio a ogni paziente o alla realtà campana.

La qualità del percorso dipende quindi dal modello organizzativo, dalla disponibilità reale dei servizi, dalla complessità clinica e dal supporto familiare. Il semplice desiderio di restare a casa, senza questi elementi, non produce lo stesso risultato di un’assistenza specialistica continuativa.

Domande frequenti

Il paziente può decidere di non essere più ricoverato?

Una persona capace di decidere può accettare o rifiutare i trattamenti dopo avere ricevuto informazioni adeguate. Nelle malattie a evoluzione infausta può discutere e documentare una pianificazione condivisa delle cure. Questo non equivale però a una formula generica valida per qualunque evento futuro. Devono essere chiariti scenari, benefici attesi, alternative e modalità di controllo dei sintomi. La decisione può essere modificata nel tempo.

Per restare a casa bisogna interrompere chemioterapia o immunoterapia?

No. Cure oncologiche e cure palliative possono procedere insieme. Il piano deve specificare quali controlli richiede la terapia antitumorale, come gestire i possibili effetti avversi e quali sintomi devono essere comunicati immediatamente al centro oncologico. La fattibilità del domicilio dipende dal trattamento e dalle condizioni della persona.

È sufficiente avere morfina e farmaci al bisogno in casa?

No. I farmaci devono essere scelti sul singolo caso, prescritti con indicazioni comprensibili e accompagnati da criteri di rivalutazione. Devono essere considerate funzione renale ed epatica, interazioni, effetti indesiderati, capacità di deglutire e competenza del caregiver. Non bisogna iniziare, aumentare o associare farmaci sulla base di indicazioni generiche trovate online.

Che cosa succede se il paziente non riesce più a deglutire?

La terapia deve essere rivista. Alcuni farmaci possono essere disponibili in formulazioni o vie differenti; in pazienti selezionati può essere utilizzata la via sottocutanea. Compresse e capsule non devono essere frantumate automaticamente, perché alcune formulazioni diventano pericolose o imprevedibili. Se la perdita della deglutizione è improvvisa o associata a nuovi sintomi neurologici, serve una valutazione urgente.

Chi attiva le cure palliative domiciliari?

Il percorso del Servizio sanitario coinvolge in genere il medico di medicina generale, il Distretto e l’Unità di Cure Palliative, con modalità operative che dipendono dall’organizzazione locale. Se il paziente è ricoverato, deve essere valutata una dimissione protetta prima del rientro a casa. Una valutazione privata può integrare il percorso e affrontare problemi specifici, ma non sostituisce automaticamente i servizi multiprofessionali territoriali.

Se il caregiver non ce la fa più, bisogna comunque rispettare il desiderio di restare a casa?

La volontà del paziente resta centrale, ma deve essere confrontata con sicurezza e risorse reali. Il caregiver non è obbligato a sostenere un carico che non può più gestire. Occorre aumentare il supporto, coinvolgere altri servizi o valutare l’hospice. Proteggere la famiglia fa parte delle cure palliative.

Le cure palliative domiciliari evitano tutti i ricoveri?

No. Possono prevenire alcuni accessi determinati da sintomi non anticipati, mancanza di farmaci, scarsa comunicazione o assenza di un referente. Non possono sostituire esami e trattamenti ospedalieri quando sono necessari e coerenti con gli obiettivi del paziente. Anche gli studi mostrano risultati più solidi sulla possibilità di ricevere le cure e morire a casa che sulla riduzione di ogni ricovero non programmato.

Quali documenti è utile tenere pronti?

È utile conservare terapia aggiornata, allergie, contatti, ultima lettera oncologica o di dimissione, principali esami, eventuale pianificazione condivisa delle cure, DAT se presenti e indicazione del fiduciario o della persona di riferimento. Devono essere facilmente reperibili anche di notte e aggiornati quando cambia la situazione clinica.

Bibliografia e riferimenti normativi

  1. Sanders JJ, Temin S, Ghoshal A, et al. Palliative Care for Patients With Cancer: ASCO Guideline Update. J Clin Oncol. 2024;42(19):2336-2357. doi:10.1200/JCO.24.00542.
  2. Crawford GB, Dzierżanowski T, Hauser K, et al. Care of the adult cancer patient at the end of life: ESMO Clinical Practice Guidelines. ESMO Open. 2021;6(4):100225. doi:10.1016/j.esmoop.2021.100225.
  3. National Institute for Health and Care Excellence. End of life care for adults: service delivery. NICE guideline NG142. 2019. Documento ufficiale.
  4. Shepperd S, Gonçalves-Bradley DC, Straus SE, Wee B. Hospital at home: home-based end-of-life care. Cochrane Database Syst Rev. 2021;3(3):CD009231. doi:10.1002/14651858.CD009231.pub3.
  5. Bojesson A, Brun E, Eberhard J, Segerlantz M. The ALLAN trial: impact of early home-based palliative care on emergency care and hospitalisation in advanced gastrointestinal cancer patients. Br J Cancer. 2026;135:248-254. doi:10.1038/s41416-026-03444-8.
  6. Repubblica Italiana. Legge 15 marzo 2010, n. 38. Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Testo vigente su Normattiva.
  7. Repubblica Italiana. Legge 22 dicembre 2017, n. 219. Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, art. 5: Pianificazione condivisa delle cure. Gazzetta Ufficiale.
  8. Presidenza del Consiglio dei Ministri. DPCM 12 gennaio 2017. Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, art. 23: Cure palliative domiciliari. Gazzetta Ufficiale.
  9. National Institute for Health and Care Excellence. Spinal metastases and metastatic spinal cord compression. NICE guideline NG234. 2023. Raccomandazioni.
  10. National Institute for Health and Care Excellence. Neutropenic sepsis: prevention and management in people with cancer. Clinical guideline CG151. 2012, vigente. Raccomandazioni.

Nota editoriale di sicurezza

Il contenuto ha finalità informative. Non consente di stabilire a distanza se una crisi possa essere gestita al domicilio e non sostituisce la valutazione del medico o dell’équipe responsabile. Farmaci, dosi, vie di somministrazione, decisioni di non ricovero e pianificazione delle cure devono essere definiti sul singolo paziente. WhatsApp e i moduli del sito non devono essere utilizzati per le emergenze.

Informazione e sicurezza

Queste informazioni non sostituiscono una valutazione medica. In caso di grave emergenza improvvisa e in assenza di un diverso piano palliativo condiviso, contatti il servizio di emergenza.

Un primo orientamento

Serve un piano più chiaro per assistere la persona a casa?

Descriva il cambiamento principale, le terapie disponibili, il comune e i servizi già attivi. La valutazione aiuta a definire cosa osservare e come affrontare le crisi.

ChiamaWhatsApp