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Malato terminale non mangia più: cosa succede e cosa fare

Un malato terminale non mangiao più: perché accade, se sente fame o sete, quando servono flebo, PEG o sondino e cosa fare a casa.

Alimentazione, idratazione e cure palliative

Quando un malato terminale smette di mangiare e bere: cosa succede e cosa fare

Quando una persona con una malattia avanzata smette progressivamente di mangiare e bere, la famiglia può avere la sensazione di assistere senza intervenire a una morte per fame o per sete. Il cibo, però, non è soltanto nutrimento: rappresenta cura, affetto, protezione e speranza. Per questo accettare la riduzione dell’alimentazione può essere molto difficile.

Nelle ultime fasi della vita, tuttavia, la perdita dell’appetito è spesso una conseguenza della progressione della malattia e delle modificazioni metaboliche dell’organismo. La persona non peggiora semplicemente perché mangia meno: frequentemente mangia meno perché il suo organismo sta progressivamente perdendo la capacità e il bisogno di utilizzare il cibo come prima.

Questo non significa che ogni riduzione dell’alimentazione debba essere considerata inevitabile. Dolore, nausea, stipsi, candidosi orale, disfagia, farmaci, depressione, delirium, ipercalcemia e occlusione intestinale possono ridurre l’assunzione e, in alcuni casi, essere trattati.

La prima domanda, quindi, non è semplicemente “come possiamo farlo mangiare?”, ma: in quale fase della malattia si trova, perché non mangia e quale beneficio concreto potrebbe ottenere da un intervento nutrizionale?

Richiedi una valutazione Chiama Invia una email In questa pagina Perché non mangia più Cachessia e malnutrizione Sente fame? Sente sete? Muore di fame? Quanto può vivere Cause reversibili Quando è un segno del fine vita Bisogna insistere? Comfort feeding PEG e sondino Nutrizione parenterale Flebo e idratazione Bocca asciutta Algoritmo decisionale Cosa fare a casa Quando chiamare il medico

Perché un malato terminale smette di mangiare

L’appetito non dipende soltanto dalla volontà. È regolato dal cervello, dagli ormoni, dall’apparato gastrointestinale, dallo stato infiammatorio e dalla capacità dell’organismo di utilizzare i nutrienti.

Nelle malattie avanzate questi sistemi cambiano. L’infiammazione sistemica, le alterazioni metaboliche, la riduzione dell’attività fisica, la debolezza e la progressione degli organi coinvolti modificano i segnali di fame e sazietà.

Il paziente può sentirsi pieno dopo pochi cucchiaini, non provare interesse per il cibo, essere disturbato dagli odori oppure avvertire nausea al solo pensiero di mangiare. Può inoltre non avere più la forza necessaria per sedersi, masticare o completare il pasto.

Riduzione dello stimolo della fame

Il cervello può non generare più lo stesso desiderio di mangiare, anche dopo molte ore di digiuno.

Sazietà precoce

Ascite, epatomegalia, stasi gastrica, stipsi e rallentamento digestivo possono provocare pienezza dopo quantità minime.

Debolezza

Mangiare richiede postura, coordinazione, masticazione e deglutizione. Nella fragilità avanzata anche queste attività diventano faticose.

Disfagia

Tumori, ictus, demenza, Parkinson, SLA e riduzione della coscienza possono compromettere la sicurezza della deglutizione.

Sintomi non controllati

Dolore, nausea, vomito, dispnea, xerostomia, mucosite e delirium riducono ulteriormente l’assunzione.

Farmaci

Oppioidi, antibiotici, anticolinergici, chemioterapici e altri farmaci possono modificare gusto, motilità, coscienza e appetito.

Cachessia e malnutrizione non sono la stessa cosa

Una persona che assume poche calorie può sviluppare malnutrizione. Se il problema viene riconosciuto in una fase ancora recuperabile, migliorare l’alimentazione può aumentare forza, tolleranza alle terapie e qualità di vita.

La cachessia associata a tumore o malattia avanzata è invece una sindrome metabolica più complessa. Comprende perdita di massa muscolare, riduzione della forza, infiammazione sistemica e alterazione dell’utilizzo di proteine, grassi e carboidrati.

Nella cachessia avanzata aumentare semplicemente le calorie non è sempre sufficiente a ricostruire la massa muscolare. L’organismo può continuare a consumare tessuti anche quando riceve alimenti o nutrizione artificiale.

Nella fase avanzata la perdita di peso non dipende soltanto da quanto il paziente mangia. Dipende anche dal modo in cui la malattia modifica il metabolismo.

Questo non rende inutile ogni trattamento nutrizionale. Significa che bisogna riconoscere il momento nel quale un intervento può ancora produrre un beneficio e quello nel quale aggiunge soprattutto procedure, restrizioni e complicanze.

Il paziente sente fame?

Nella fase terminale molti pazienti riferiscono una netta riduzione o scomparsa della fame. Possono dire di sentirsi già pieni, di non desiderare nulla oppure di riuscire ad assumere soltanto pochi bocconi.

Non possiamo però presumere che ogni persona non avverta mai fame. Chi è ancora vigile deve essere ascoltato. Se desidera mangiare e riesce a deglutire in sicurezza, il cibo può essere offerto per piacere, conforto e relazione, senza trasformarlo in un obbligo calorico.

Il problema nasce quando il caregiver continua a proporre, insistere, contrattare o rimproverare. Il paziente può allora mangiare non perché abbia fame, ma per non deludere la famiglia.

Una domanda più utile

Invece di chiedere continuamente “vuoi mangiare?”, può essere più utile domandare: “C’è qualcosa che ti farebbe piacere assaggiare?”.

Il paziente sente sete?

Fame e sete non seguono sempre lo stesso andamento. Alcune persone non desiderano più bere; altre continuano a chiedere piccoli sorsi, ghiaccio o semplicemente di avere la bocca inumidita.

La sensazione di bocca asciutta viene spesso interpretata come prova di una grave disidratazione. In realtà può dipendere da respirazione a bocca aperta, riduzione della saliva, ossigenoterapia e farmaci.

Per questo una flebo non elimina necessariamente la xerostomia. L’igiene orale frequente, l’idratazione locale delle mucose e la protezione delle labbra possono offrire un sollievo più immediato.

Se il paziente è vigile e deglutisce in sicurezza, si possono offrire piccoli sorsi, cucchiaini, ghiaccio tritato o alimenti freschi graditi. Se compaiono tosse, voce bagnata, soffocamento o sonnolenza profonda, l’assunzione orale deve essere rivalutata.

Il malato muore di fame oppure per la malattia?

Nella fase terminale attiva la riduzione dell’alimentazione è generalmente una conseguenza del processo del morire. Non è il digiuno a spiegare da solo il declino; è la progressione della malattia a ridurre fame, forza, coscienza e capacità di utilizzare i nutrienti.

Dire che il paziente “non muore di fame” non significa negare l’importanza della nutrizione nelle fasi precedenti. Significa distinguere due situazioni molto diverse:

Malnutrizione potenzialmente trattabile Fase terminale attiva
Paziente vigile, con una prognosi non brevissima e un obiettivo riabilitativo, oncologico o funzionale realistico. Paziente prevalentemente non responsivo, allettato, con disfagia, diuresi ridotta e segni di morte imminente.
La ridotta assunzione può dipendere da sintomi correggibili. La ridotta assunzione fa parte del progressivo arresto delle funzioni dell’organismo.
L’intervento nutrizionale può sostenere terapie e autonomia. È improbabile che calorie e proteine modifichino il decorso nelle ultime ore o nei pochi giorni residui.
Il carico della procedura può essere proporzionato al beneficio. Sondini, accessi, pompe e controlli possono aumentare il disagio senza un beneficio percepibile.

La distinzione deve essere clinica

Non basta usare l’etichetta “terminale”. Alcune persone con malattia incurabile possono vivere mesi e beneficiare di un supporto nutrizionale. Altre sono negli ultimi giorni e non ne trarrebbero un vantaggio realistico.

Quanto può vivere un malato terminale senza mangiare?

Non esiste un numero di giorni valido per tutti. La sopravvivenza dipende dalla malattia, dalla funzione degli organi, dalle riserve precedenti, dall’assunzione di liquidi e soprattutto dalla fase clinica nella quale si trova la persona.

Una persona può mangiare pochissimo per settimane quando conserva una discreta funzione d’organo e assume ancora liquidi. Negli ultimi giorni, invece, il paziente può smettere quasi completamente di mangiare perché la morte è già vicina per la progressione della malattia.

Cercare di calcolare la sopravvivenza soltanto in base alle calorie è quindi fuorviante. Sono più utili il livello di coscienza, la capacità di deglutire, la diuresi, il respiro, la circolazione e la velocità del declino.

Il paziente non entra necessariamente nella fase terminale perché smette di mangiare. Spesso smette di mangiare perché è già entrato nella fase terminale.

Quando bisogna cercare una causa reversibile

Una riduzione improvvisa dell’alimentazione in una persona che fino a pochi giorni prima mangiava deve essere valutata. Anche in una malattia avanzata può esistere un problema trattabile.

Dolore non controllato Il dolore riduce appetito, concentrazione e capacità di sedersi o deglutire. Nausea e vomito Farmaci, stasi gastrica, ipercalcemia, insufficienza renale e occlusione intestinale richiedono trattamenti diversi. Stipsi o fecaloma Possono provocare pienezza, nausea, dolore e rifiuto del cibo. Candidosi, mucosite o dolore orale Placche, ulcerazioni, protesi instabili e secchezza possono rendere dolorosa ogni deglutizione. Disfagia Tosse durante i pasti, voce gorgogliante e residui in bocca richiedono una valutazione della sicurezza della deglutizione. Delirium o depressione Alterazioni cognitive e affettive possono interferire con la capacità o il desiderio di alimentarsi. Farmaci Sedazione, alterazione del gusto, nausea e rallentamento gastrico possono dipendere dalla terapia. Occlusione intestinale Addome disteso, vomito, dolore colico e assenza di feci o gas richiedono una valutazione medica.

Una causa reversibile non deve però essere trattata automaticamente. Bisogna valutare se correggerla possa realmente migliorare comfort, funzione o qualità di vita senza imporre un carico sproporzionato.

Quando il rifiuto del cibo è un segno del fine vita

La perdita dell’appetito assume un significato diverso quando compare insieme ad altri segni di deterioramento terminale.

Sonnolenza profonda

La persona dorme quasi sempre e non riesce a mantenere una conversazione.

Disfagia avanzata

Non riesce più a coordinare la deglutizione di acqua, cibo o compresse.

Allettamento completo

Non può più alzarsi né collaborare alle attività di base.

Urine molto scarse

La diuresi diminuisce per la ridotta assunzione e perfusione renale.

Respiro irregolare

Compaiono pause, respirazione superficiale o secrezioni rumorose.

Circolazione periferica ridotta

Mani e piedi diventano freddi e la pelle può apparire marezzata.

In questo contesto l’obiettivo non è ristabilire un apporto calorico teorico, ma evitare fame, sete, nausea, soffocamento e manovre inutilmente invasive.

Approfondisci: riconoscere i segnali del fine vita .

Bisogna insistere per farlo mangiare?

Insistere può nascere dall’amore e dalla paura, ma può trasformare il pasto in un momento di conflitto. Il paziente può sentirsi in colpa perché non riesce a soddisfare le aspettative della famiglia.

Forzare il cibo può inoltre provocare:

  • nausea e vomito;
  • senso di pienezza e distensione addominale;
  • tosse e aspirazione nelle vie respiratorie;
  • affaticamento e dispnea;
  • agitazione e rifiuto;
  • perdita del significato piacevole del pasto.

“Ancora un cucchiaino” può diventare un peso

Se la persona serra la bocca, gira il capo, tossisce, si addormenta o mostra disagio, l’offerta deve essere sospesa. Questi comportamenti sono una forma di comunicazione.

Offrire non significa obbligare. È possibile presentare una piccola quantità, aspettare la risposta e accettare un rifiuto senza interpretarlo come resa.

Che cos’è il comfort feeding

Il comfort feeding consiste nell’offrire cibi e bevande per piacere, relazione e sollievo, senza perseguire un obiettivo calorico rigido.

Il paziente riceve ciò che gradisce, nella consistenza più sicura e nella quantità che riesce a tollerare. L’alimentazione viene interrotta quando compare affaticamento, tosse, sonnolenza o rifiuto.

Piccole quantità

Un cucchiaino può essere più tollerabile di un piatto completo.

Cibi graditi

Non è necessario rispettare una dieta perfetta quando l’obiettivo è il piacere e il comfort.

Consistenze sicure

Cremosi, omogeneizzati o liquidi addensati possono essere indicati in alcune disfagie, dopo valutazione.

Tempi lenti

Offrire il boccone soltanto quando la persona è sveglia e ha completato la deglutizione precedente.

Il comfort feeding non garantisce l’assenza assoluta di aspirazione. Rappresenta una scelta condivisa che bilancia piacere, rischio e obiettivi di cura.

Quando PEG e sondino nasogastrico possono avere senso

PEG e sondino sono vie per somministrare nutrizione enterale quando l’apparato digerente funziona ma l’assunzione orale è insufficiente o non sicura.

Possono essere appropriati quando esiste una causa relativamente stabile o reversibile della disfagia e una prognosi compatibile con il tempo necessario a ottenere un beneficio.

Situazioni nelle quali possono essere valutati

Trattamento oncologico attivo con ragionevole prospettiva di beneficio, tumori del distretto testa-collo, disfagia neurologica con quadro non terminale, recupero dopo evento acuto o impossibilità temporanea a utilizzare la via orale.

La scelta tra sondino e PEG dipende dalla durata prevista, dal rischio procedurale, dalle condizioni generali, dalla funzione gastrointestinale e dalle preferenze della persona.

Quando sono improbabili benefici

Nella fase terminale attiva, con morte attesa in tempi brevi, grave declino funzionale, perdita della coscienza e progressione irreversibile, PEG e sondino raramente migliorano sopravvivenza, forza o comfort.

Possono invece provocare:

  • disagio durante il posizionamento;
  • necessità di contenzione nel paziente confuso;
  • diarrea, nausea, reflusso e distensione;
  • aspirazione, che non viene eliminata dalla presenza del sondino;
  • infezione o perdita attorno alla PEG;
  • maggiore produzione di secrezioni e necessità assistenziali.
La domanda non è soltanto “possiamo mettere una PEG?”, ma “quale beneficio concreto potrà ottenere questa persona nel tempo che realisticamente le rimane?”.

Quando può essere valutata la nutrizione parenterale

La nutrizione parenterale fornisce nutrienti direttamente nel sangue attraverso un accesso venoso. Non è una semplice flebo: richiede una formulazione completa, un accesso adeguato, monitoraggio metabolico e gestione delle possibili complicanze.

Può essere considerata in pazienti selezionati quando l’intestino non è utilizzabile, la morte per insufficienza intestinale rischia di precedere quella dovuta alla progressione tumorale e la prognosi e le condizioni funzionali consentono un beneficio realistico.

Un esempio è una persona ancora relativamente attiva con occlusione intestinale maligna non correggibile, aspettativa di vita non brevissima, malattia oncologica ancora controllabile e forte motivazione a trascorrere tempo a casa.

Possibili carichi e complicanze

  • infezioni del catetere e sepsi;
  • trombosi venosa;
  • alterazioni glicemiche ed elettrolitiche;
  • sovraccarico di liquidi;
  • controlli e prelievi ripetuti;
  • tempo quotidiano collegato alla pompa;
  • maggiore complessità per paziente e caregiver.

Nelle ultime settimane o negli ultimi giorni, quando il declino dipende soprattutto dalla progressione sistemica della malattia, questi rischi superano generalmente il beneficio atteso.

Le flebo servono quando il paziente non beve più?

L’idratazione endovenosa o sottocutanea può avere un ruolo in alcune situazioni, ma non deve essere iniziata automaticamente soltanto perché il paziente assume meno liquidi.

Prima di prescriverla bisogna stabilire un obiettivo concreto:

  • ridurre una sete non controllata con le cure della bocca;
  • trattare un delirium plausibilmente aggravato dalla disidratazione;
  • sostenere una condizione reversibile;
  • correggere una disidratazione farmacologica o iatrogena;
  • consentire un breve tentativo terapeutico monitorato.

Non è invece corretto considerare la flebo come un gesto sempre innocuo. I liquidi possono aumentare:

  • edemi periferici;
  • ascite e versamento pleurico;
  • congestione e dispnea;
  • secrezioni respiratorie;
  • necessità di urinare o di posizionare un catetere;
  • dolore e complicanze dell’accesso venoso.

Il tentativo terapeutico

Quando il beneficio è incerto può essere concordata una prova di idratazione con volume, durata e obiettivo definiti. Se il sintomo non migliora o compare sovraccarico, il trattamento viene ridotto o sospeso.

Sospendere una flebo divenuta inutile non significa sospendere l’assistenza. Significa evitare un trattamento che non sta più raggiungendo il suo scopo.

Come trattare la bocca asciutta

La cura della bocca è uno degli interventi più importanti negli ultimi giorni. Deve essere effettuata regolarmente anche quando il paziente non chiede da bere o non è cosciente.

1

Osservare il cavo orale

Controllare se sono presenti croste, residui, placche, ulcerazioni, sanguinamento o protesi che provocano dolore.

2

Pulire delicatamente

Utilizzare garze morbide, spazzolino delicato o prodotti indicati dall’équipe, evitando manovre aggressive.

3

Idratare le mucose

Applicare acqua, gel idratanti o sostituti salivari secondo tolleranza, con frequenza adattata al grado di secchezza.

4

Proteggere le labbra

Utilizzare un prodotto emolliente per ridurre fissurazioni e dolore.

5

Offrire piccoli sorsi soltanto se sicuri

La persona deve essere sufficientemente vigile e capace di deglutire senza tosse o soffocamento.

Evitare di versare acqua nella bocca di una persona non responsiva

Il liquido può essere aspirato nelle vie respiratorie. In questa fase è preferibile inumidire le mucose senza introdurre quantità che richiedano una deglutizione efficace.

Algoritmo decisionale: il paziente non mangia più

1. Il cambiamento è recente o improvviso? Se fino a pochi giorni prima mangiava, valutare dolore, nausea, stipsi, candidosi, disfagia, farmaci, infezione, delirium, ipercalcemia e occlusione intestinale. ↓ 2. Esiste una causa correggibile? Valutare se il trattamento può migliorare comfort, autonomia o capacità di proseguire una terapia utile. ↓ 3. Il paziente è vigile e desidera mangiare? Offrire alimenti graditi e sicuri, con consistenza adeguata, senza perseguire un obiettivo calorico rigido. ↓ 4. La deglutizione è sicura? Tosse, voce bagnata, soffocamento o residui richiedono una valutazione. Non forzare liquidi o compresse. ↓ 5. La prognosi è compatibile con un beneficio nutrizionale? PEG, sondino o nutrizione parenterale richiedono tempo per produrre risultati e devono sostenere un obiettivo realistico. ↓ 6. Sono presenti segni di morte imminente? Riduzione profonda della coscienza, disfagia completa, urine scarse, respiro irregolare e circolazione periferica ridotta orientano verso una cura centrata sul comfort. ↓ 7. Esiste un sintomo che potrebbe migliorare con idratazione? Considerare un tentativo limitato e monitorato, interrompendolo se inefficace o gravato da sovraccarico.

Come prendere una decisione su nutrizione e idratazione

Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti medici. Come ogni trattamento richiedono:

  • un’indicazione clinica;
  • un obiettivo definito;
  • una ragionevole probabilità di beneficio;
  • un rapporto favorevole tra benefici e carichi;
  • il consenso della persona competente;
  • una rivalutazione periodica.

Se il paziente non è più capace di decidere, bisogna ricostruire le sue volontà attraverso disposizioni anticipate, pianificazione condivisa, precedenti dichiarazioni e conoscenza dei suoi valori.

Iniziare un trattamento non obbliga a mantenerlo per sempre. Se l’obiettivo non viene raggiunto o le condizioni cambiano, nutrizione e idratazione possono essere ridotte o sospese.

Sospendere un trattamento divenuto sproporzionato non significa abbandonare la persona. Le cure continuano attraverso controllo dei sintomi, igiene, vicinanza e sostegno alla famiglia.

Cosa può fare concretamente la famiglia a casa

1

Chiedere una valutazione clinica

Un cambiamento improvviso deve essere discusso con il medico, soprattutto se compaiono nausea, vomito, dolore, confusione o difficoltà a deglutire.

2

Offrire, non imporre

Presentare piccole quantità e accettare il rifiuto. Non trasformare il pasto in una prova o in una trattativa.

3

Scegliere il momento migliore

Offrire cibo quando la persona è più vigile, riposata e respira meglio.

4

Curare la postura

Se possibile, mantenere il busto sollevato durante e dopo l’assunzione. Non alimentare una persona completamente supina.

5

Interrompere ai primi segni di difficoltà

Tosse, soffocamento, voce gorgogliante, sonnolenza o affaticamento indicano che è necessario fermarsi.

6

Curare frequentemente la bocca

È un gesto di assistenza concreto, utile anche quando la persona non può più mangiare né bere.

7

Chiedere un piano sui farmaci

Se non riesce più a deglutire, i farmaci essenziali devono essere convertiti verso una via alternativa.

8

Condividere paure e senso di colpa

Dire apertamente “ho paura che muoia di fame” permette all’équipe di spiegare il quadro e sostenere la famiglia.

Errori frequenti da evitare

Concentrare tutta l’assistenza sulle calorie Il comfort comprende dolore, respiro, bocca, posizione, sonno, relazione e sicurezza, non soltanto il cibo. Somministrare liquidi a una persona molto sonnolenta La ridotta coscienza aumenta il rischio di aspirazione. Usare siringhe per spingere alimenti in bocca Può provocare soffocamento e impedisce alla persona di controllare il ritmo. Considerare PEG e flebo prive di rischi Sono trattamenti medici e devono avere un obiettivo proporzionato. Interpretare il rifiuto come depressione o resa Nella fase terminale la riduzione dell’appetito è spesso biologica e non volontaria. Misurare la qualità dell’assistenza da quanto mangia Una famiglia può assistere bene anche quando non è più possibile alimentare in modo significativo.

Quando contattare il medico o l’équipe palliativa

È opportuno chiedere una valutazione quando la riduzione dell’alimentazione è improvvisa, quando compaiono nuovi sintomi o quando la famiglia deve decidere su PEG, sondino, nutrizione parenterale o flebo.

Contattare rapidamente l’équipe se

compaiono vomito ripetuto, addome disteso, dolore, assenza di feci e gas, tosse o soffocamento durante i pasti, sonnolenza improvvisa, agitazione, candidosi orale, impossibilità ad assumere i farmaci, urine molto scarse oppure una sete intensa non controllata.

Quando può essere necessaria una valutazione urgente

Soffocamento acuto, grave difficoltà respiratoria, vomito ematico, emorragia, dolore addominale improvviso e intenso, perdita di coscienza inattesa, convulsioni o segni di grave disidratazione in una condizione potenzialmente reversibile richiedono una valutazione urgente.

Domande frequenti

È normale che un malato terminale non mangi più?

È frequente, soprattutto negli ultimi giorni, ma una riduzione improvvisa deve essere valutata per escludere dolore, nausea, stipsi, infezioni della bocca, disfagia, farmaci o occlusione intestinale.

Il paziente sente fame?

Spesso la fame si riduce molto per le modificazioni metaboliche della malattia. Se la persona è vigile, deve comunque essere ascoltata e può ricevere piccoli alimenti graditi se riesce a deglutire.

Muore perché non mangia?

Nella fase terminale generalmente smette di mangiare perché la malattia sta provocando il declino dell’organismo. La riduzione dell’alimentazione è soprattutto una conseguenza, non la causa primaria della morte.

Quanto può vivere senza mangiare?

Non esiste un numero preciso. Dipende dalla malattia, dalla funzione degli organi, dai liquidi assunti e dalla fase clinica. Negli ultimi giorni il digiuno è spesso parte di un processo già avanzato.

Bisogna obbligarlo a mangiare?

No. Si può offrire cibo gradito e sicuro, ma bisogna fermarsi se rifiuta, si addormenta, tossisce o mostra disagio.

Una PEG impedisce l’aspirazione?

No. La PEG evita il passaggio del cibo attraverso la bocca, ma il paziente può comunque aspirare saliva o contenuto gastrico.

Le flebo eliminano la bocca asciutta?

Non sempre. La xerostomia dipende spesso da respirazione orale, farmaci e riduzione della saliva. L’igiene e l’idratazione locale della bocca sono spesso più efficaci.

Sospendere una flebo significa accelerare la morte?

Non necessariamente. Se la flebo non offre beneficio e causa sovraccarico, sospenderla significa evitare un trattamento sproporzionato, continuando tutte le cure orientate al comfort.

Quando la nutrizione artificiale può essere utile?

Quando esiste un problema nutrizionale trattabile, una prognosi compatibile, un obiettivo clinico realistico e una ragionevole probabilità che il beneficio superi rischi e carico assistenziale.

Cosa posso fare se non riesco più a nutrirlo?

Curare la bocca, offrire piccoli assaggi quando richiesti e sicuri, mantenere una posizione confortevole, controllare i sintomi e restare presenti sono forme concrete di assistenza.

Dr. Francesco Paolo De Lucia

Medico specialista in Cure Palliative e Terapia del Dolore. Mi occupo della valutazione dei pazienti con malattie avanzate, della gestione di anoressia, disfagia, cachessia e sintomi complessi e del supporto alle famiglie nelle decisioni su alimentazione, idratazione e nutrizione artificiale.

Il tuo familiare non mangia e non beve più?

Nel primo messaggio indica diagnosi, da quanto tempo è diminuita l’alimentazione, livello di coscienza, capacità di deglutire, presenza di vomito o dolore, quantità di urine, terapie in corso, assistenza domiciliare già attiva e comune nel quale si trova il paziente.

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Fonti scientifiche

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Pironi L, Boeykens K, Bozzetti F, et al., ESPEN practical guideline: Home parenteral nutrition . Clinical Nutrition. 2023.

Crawford GB, Dzierżanowski T, Hauser K, et al., Care of the adult cancer patient at the end of life: ESMO Clinical Practice Guidelines .

Le informazioni presenti in questa pagina hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la valutazione clinica individuale. Nutrizione e idratazione artificiali devono essere prescritte e rivalutate in relazione agli obiettivi, alla prognosi, alle volontà e alle condizioni del paziente.

Informazione e sicurezza

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