Prognosi nelle cure palliative: come si stima il tempo che resta
Come si stima la prognosi nelle cure palliative, perché non è una data certa e quali strumenti aiutano medici, pazienti e familiari a orientare le scelte.

Guida per pazienti, familiari e professionisti sanitari
La prognosi è una stima, non una data di scadenza
La prognosi nelle cure palliative è una stima di ciò che è più probabile che accada: come potrebbe evolvere la malattia, quali cambiamenti attendersi e se il tempo sembra più verosimilmente dell’ordine di mesi, settimane o giorni. Non è una data di scadenza e, anche quando viene formulata con grande esperienza, non può prevedere con esattezza il giorno della morte.
Il medico non si basa su un solo esame o su un singolo segno. Considera la malattia e la sua velocità di progressione, l’autonomia, quanto la persona mangia e beve, il livello di coscienza, i sintomi, la funzione degli organi, le complicanze recenti e la risposta ai trattamenti. Nei pazienti oncologici alcuni strumenti — come PPS, PPI, PaP e PiPS — possono rendere la valutazione più strutturata. Nessun punteggio, però, deve essere usato da solo o interpretato come un conto alla rovescia.
Una buona comunicazione non offre false certezze. Dice che cosa sappiamo, che cosa resta incerto, quale scenario è più probabile e quali decisioni è utile affrontare adesso. La stima va poi aggiornata: una traiettoria osservata nel tempo è più informativa di una fotografia isolata.
Il messaggio essenziale
Non sempre possiamo sapere “quanto manca” con precisione. Possiamo però riconoscere se il quadro sta cambiando, prepararci ai possibili scenari e costruire un piano che protegga la persona e la famiglia.
Che cosa significa davvero “prognosi”
Nel linguaggio comune la prognosi viene spesso ridotta a una domanda: “Quanto tempo resta?”. In medicina il concetto è più ampio. Comprende la possibile evoluzione della malattia, la probabilità di recuperare dopo una complicanza, il mantenimento dell’autonomia, i sintomi prevedibili e il beneficio realistico dei trattamenti.
Due persone con la stessa diagnosi possono avere percorsi molto diversi. Contano l’estensione e la biologia della malattia, l’età biologica, le altre patologie, la riserva funzionale, le infezioni, la nutrizione, la risposta alle terapie e ciò che è accaduto nelle settimane precedenti. Per questo una statistica relativa a un gruppo non stabilisce la durata della vita del singolo paziente.
La mediana di sopravvivenza, per esempio, è il momento entro il quale metà delle persone di un gruppo è deceduta e metà è ancora viva. Non è il tempo assegnato a ogni persona. Inoltre, i dati di uno studio possono provenire da pazienti, trattamenti e contesti diversi da quelli del caso presente.
In cure palliative, quindi, la prognosi più utile non è necessariamente quella che produce un numero molto preciso. È quella che aiuta a capire il grado di fragilità, l’orizzonte temporale plausibile e quali scelte non dovrebbero essere rimandate.
Perché è difficile prevedere il tempo
La malattia non procede sempre in modo lineare. Un tumore avanzato può mostrare un declino relativamente riconoscibile, ma anche stabilizzarsi dopo una terapia o peggiorare bruscamente per un’infezione, un sanguinamento o un’occlusione. Nello scompenso cardiaco, nella BPCO, nell’insufficienza renale o epatica si possono alternare crisi severe e recuperi parziali. Nella demenza e nella fragilità il declino può essere lento, con episodi acuti dai quali la persona recupera sempre meno.
Una complicanza reversibile può somigliare alla progressione terminale. Sonnolenza e ridotto apporto possono dipendere da un’infezione, da farmaci, disidratazione, ritenzione urinaria, stipsi, alterazioni metaboliche o delirium. Al contrario, un miglioramento temporaneo dopo liquidi, antibiotici o controllo dei sintomi non significa necessariamente che la malattia di base abbia invertito la propria traiettoria.
Anche le stime dei clinici sono imperfette. Le ricerche mostrano risultati molto variabili, soprattutto quando si chiede di indicare un numero esatto di giorni. Le previsioni espresse come probabilità o come categorie — giorni, settimane, mesi — risultano spesso più utili. Nelle fasi finali è frequente una tendenza all’ottimismo; in altri contesti le stime possono essere equilibrate a livello di gruppo ma restare poco precise per la singola persona.
L’incertezza, tuttavia, non giustifica il silenzio. È possibile dire onestamente: “Non posso indicare un giorno preciso; in base a ciò che osserviamo temo che il tempo possa essere dell’ordine di settimane, ma esiste un margine in entrambe le direzioni”.
Come viene formulata una stima clinica
La valutazione parte dalla diagnosi, ma dà grande peso all’andamento. Il medico ricostruisce che cosa la persona riusciva a fare uno o due mesi fa, che cosa riesce a fare oggi e con quale velocità sono comparsi i cambiamenti.
Traiettoria e risposta ai trattamenti
Una malattia che continua a progredire nonostante terapie appropriate ha un significato diverso da una condizione ancora sensibile al trattamento. Anche il recupero dopo gli eventi acuti conta: ricoveri più ravvicinati, infezioni ricorrenti, necessità crescente di ossigeno o drenaggi e ritorno incompleto al livello precedente indicano una riduzione della riserva.
Funzione e autonomia
La capacità di camminare, alzarsi, lavarsi, vestirsi, mangiare e svolgere attività abituali è tra i segnali prognostici più robusti. Il passaggio progressivo dalla vita autonoma alla necessità di assistenza continua, fino all’allettamento, pesa spesso più di un singolo valore di laboratorio.
Alimentazione e deglutizione
Una riduzione persistente dell’apporto, il dimagrimento, la perdita di massa muscolare e la disfagia possono accompagnare la progressione. Da soli, però, non stabiliscono che la morte sia imminente: vanno distinti da nausea, dolore orale, depressione, stipsi, farmaci, infezione o altre cause potenzialmente trattabili.
Vigilanza, respiro e sintomi
Sonnolenza crescente, delirium, dispnea a riposo, edema, debolezza marcata e peggioramento della deglutizione acquistano significato quando sono nuovi, persistenti e associati a un declino globale. Nessuno di questi segni, isolatamente, permette di calcolare il tempo residuo.
Esami e funzione d’organo
Gli esami possono documentare insufficienza renale o epatica, anemia, infiammazione, squilibri metabolici o altri fattori prognostici. Devono però essere richiesti quando aiutano una decisione concreta. Nelle fasi molto avanzate ripetere test che non modificherebbero la cura può aggiungere fatica senza ridurre l’incertezza.
Valutazione multiprofessionale e rivalutazione
Medici, infermieri e caregiver osservano momenti diversi della giornata. Mettere insieme queste informazioni riduce il rischio di basarsi su un episodio isolato. Quando il quadro è incerto, la risposta più corretta può essere un periodo di osservazione con obiettivi espliciti: trattare ciò che è reversibile, controllare i sintomi e rivalutare dopo ore o giorni.
Una regola pratica
Una traiettoria ripetuta pesa più di una fotografia. Per questo la prognosi deve essere rivista dopo un ricovero, una nuova complicanza, un cambio di terapia o un evidente declino funzionale.
Mesi, settimane o giorni: perché si usano intervalli
Le categorie temporali non sono confini netti. Servono a orientare il tipo di decisione, non a etichettare la persona.
| Orizzonte plausibile | Quadro che può orientare la valutazione | Che cosa conviene pianificare |
|---|---|---|
| Mesi o più | Malattia avanzata ma relativa stabilità; autonomia almeno parzialmente conservata; recupero ancora possibile dopo alcune complicanze. | Obiettivi dei trattamenti, controllo dei sintomi, sostegno domiciliare, preferenze, pianificazione condivisa delle cure. |
| Settimane o pochi mesi | Declino funzionale progressivo, maggiore dipendenza, apporto ridotto, ricoveri o complicanze ravvicinate, risposta sempre meno duratura. | Intensificare l’assistenza, chiarire dove curare la persona, rivedere farmaci e procedure, predisporre un piano per le crisi. |
| Giorni o forse ore | Deterioramento globale, coscienza molto ridotta, impossibilità a deglutire, urine molto scarse, respiro e circolazione in cambiamento, nel contesto di malattia irreversibile. | Presenza e comfort, vie alternative per i farmaci essenziali, rivalutazione con l’équipe degli interventi non più utili, indicazioni chiare su chi chiamare. |
Questa tabella non è uno strumento per l’autodiagnosi. Alcuni segni tardivi sono molto suggestivi quando compaiono, ma la loro assenza non esclude un peggioramento imminente. Per l’analisi pratica degli ultimi giorni è più appropriata la guida dedicata ai segnali del fine vita.
Come parlarne senza togliere la speranza
Dire la verità con sensibilità non significa consegnare una sentenza. Significa permettere alla persona di scegliere quanto desidera sapere e usare l’informazione per proteggere ciò che per lei conta.
Prima di entrare nei dettagli è utile chiedere: “Preferisce che parliamo anche di ciò che possiamo aspettarci nel tempo? Vuole un quadro generale o indicazioni più precise?”. Alcune persone vogliono numeri, altre preferiscono conoscere i possibili cambiamenti o affidare i dettagli a una persona di fiducia.
La Legge 219/2017 riconosce il diritto a informazioni complete, aggiornate e comprensibili anche sulla prognosi, ma riconosce anche il diritto di rifiutare in tutto o in parte tali informazioni e di indicare chi debba riceverle. I familiari partecipano alla comunicazione se il paziente lo desidera. Parlare soltanto con loro, escludendo automaticamente una persona capace di decidere, non è una forma di protezione.
Quando la persona desidera sapere, è preferibile offrire un intervallo e più scenari:
“Non posso darle una data esatta. Lo scenario che considero più probabile è dell’ordine di alcune settimane. È possibile un peggioramento più rapido, soprattutto se compare un’altra complicanza; è anche possibile che la situazione resti stabile più a lungo. Continuiamo a sperare nel tempo migliore possibile, ma è prudente prepararci se fosse più breve.”
Una frase del genere contiene informazione, incertezza e un piano. È spesso più comprensibile di una sola mediana o di una percentuale. Dopo averla pronunciata, il medico dovrebbe lasciare una pausa, accogliere l’emozione e verificare: “Che cosa significa per lei quello che le ho detto?” oppure “Che cosa pensa di riferire agli altri familiari?”.
La speranza può cambiare oggetto. Quando guarire non è realistico, si può sperare in un buon controllo del dolore, nel tempo a casa, nella presenza di una persona cara, nella lucidità sufficiente per una conversazione o nell’assenza di abbandono. Promettere che “andrà tutto bene” rende invece più difficile prepararsi e può spezzare la fiducia quando il quadro peggiora.
Le domande che pazienti e familiari possono fare
Non è necessario chiedere soltanto “quanto tempo resta?”. Spesso aiutano di più domande come:
- Qual è lo scenario più probabile e quale quello che vi preoccupa di più?
- Parliamo più verosimilmente di mesi, settimane o giorni?
- Su quali cambiamenti si basa questa stima?
- C’è qualcosa di reversibile che stiamo ancora cercando o trattando?
- Quale segnale dovrebbe farci richiamare l’équipe o modificare il piano?
- Che cosa possiamo organizzare ora per evitare una crisi non gestita?
- Quali trattamenti hanno ancora una possibilità concreta di aiutare e quali rischiano di aggiungere peso?
- Quando rivaluteremo la prognosi?
Se i professionisti esprimono pareri molto diversi, è ragionevole chiedere una conversazione congiunta. A volte la divergenza nasce da informazioni differenti; altre volte riflette scenari realmente incerti. Rendere esplicita la ragione della discrepanza è più utile che trasformare le stime in una gara.
Che cosa cambia nella cura
Conoscere una prognosi plausibile non serve a “smettere di curare”. Serve a scegliere cure proporzionate al tempo, agli obiettivi e alla probabilità di beneficio.
Un orizzonte di mesi può consentire terapie rivolte alla malattia, riabilitazione, nutrizione mirata, procedure e pianificazione anticipata. Quando il tempo appare più breve, il peso di spostamenti, ricoveri, esami e trattamenti con beneficio tardivo può superare il vantaggio. Negli ultimi giorni l’obiettivo si concentra generalmente sul comfort, sulla via più semplice per i farmaci essenziali, sull’assistenza alla famiglia e sulla riduzione di procedure che non cambierebbero l’esito.
La prognosi non deve essere usata come unico criterio per negare un trattamento. Ogni decisione richiede di considerare indicazione, probabilità e tempo necessario per il beneficio, effetti avversi, volontà della persona e alternative. Se rimane incertezza, può essere appropriata una prova terapeutica limitata nel tempo, con obiettivi e criteri di rivalutazione definiti in anticipo.
In Italia la pianificazione condivisa delle cure permette, nelle patologie croniche e invalidanti o caratterizzate da evoluzione inarrestabile con prognosi infausta, di concordare come orientare le decisioni future. Non richiede di conoscere la data della morte: richiede una conversazione comprensibile su ciò che potrebbe accadere e su ciò che la persona considera accettabile.
Prognosi nelle malattie non oncologiche
Gran parte degli strumenti più conosciuti è stata sviluppata nel cancro avanzato. Applicarne automaticamente i punteggi a scompenso cardiaco, BPCO, cirrosi, insufficienza renale, demenza o fragilità può produrre falsa precisione.
Nelle insufficienze d’organo è spesso più utile osservare la frequenza delle riacutizzazioni, il recupero dopo ciascuna crisi, la funzione, la dispnea, lo stato nutrizionale e la crescente dipendenza. Nella demenza contano lo stadio funzionale, la deglutizione, l’apporto, le infezioni e il declino globale, ma la traiettoria resta particolarmente imprevedibile.
Strumenti come SPICT e NECPAL possono aiutare i professionisti a riconoscere bisogni palliativi e ad avviare una pianificazione. Non sono cronometri e non dovrebbero diventare barriere d’accesso: una persona può avere bisogni palliativi importanti anche se potrebbe vivere più di un anno.
Approfondimento per professionisti sanitari
Prima domanda: quale previsione serve?
Occorre distinguere una previsione temporale continua (“quanti giorni?”), categoriale (“giorni, settimane o mesi?”) e probabilistica (“qual è la probabilità di sopravvivere a 30 giorni?”). Uno strumento può discriminare bene gruppi ad alto e basso rischio senza essere calibrato per il singolo paziente. La scelta dovrebbe dipendere da popolazione, setting, disponibilità dei dati, orizzonte e decisione da sostenere.
La clinical prediction of survival (CPS) integra conoscenza della malattia, andamento, esame e intuizione clinica. La sua accuratezza è eterogenea e le stime puntuali sono fragili. Tuttavia i modelli non hanno dimostrato in modo uniforme una superiorità rispetto al giudizio di équipe. Le linee guida ESMO suggeriscono di combinarli e sconsigliano di usare un modello individuale isolatamente o senza interpretazione clinica.
PPS: stato funzionale, non conto alla rovescia
La Palliative Performance Scale descrive deambulazione, attività e malattia, cura di sé, apporto e coscienza. È un importante fattore prognostico, in particolare nell’orizzonte settimane-mesi, ma non nasce come modello multivariabile individuale.
Non è corretto associare meccanicamente un valore PPS a un numero fisso di giorni. Le sopravvivenze cambiano tra ricovero e ambulatorio, cancro e non cancro, epoche e popolazioni. Una coorte contemporanea di 4.779 pazienti ha confermato l’associazione con la mortalità, ma anche l’effetto rilevante di setting e diagnosi e una migliore capacità predittiva a breve termine.
PPI: utile come seconda opinione
Il Palliative Prognostic Index combina PPS, apporto orale, edema, dispnea a riposo e delirium. I cut-off originali — punteggio superiore a 6 per una sopravvivenza inferiore a tre settimane e superiore a 4 per meno di sei settimane — sono molto citati.
Una meta-analisi del 2025 su 23 studi e 11.235 persone con cancro avanzato ha confermato che valori più alti sono associati a maggiore mortalità. Gli stessi autori, però, invitano alla cautela: per molte analisi erano disponibili soltanto pochi studi e i gruppi di rischio originari necessitano ulteriore validazione. Il PPI stratifica il rischio; non certifica il tempo della singola persona.
PaP e D-PaP
Il Palliative Prognostic Score integra dispnea, anoressia, Karnofsky Performance Status, leucociti, percentuale di linfociti e previsione clinica. Classifica la probabilità di sopravvivere a 30 giorni in tre gruppi: oltre 70%, 30-70% e meno del 30%. Il D-PaP incorpora anche il delirium con confini di punteggio modificati.
La meta-analisi del 2024 su 39 studi e 10.617 pazienti ha stimato per il PaP un’AUC aggregata di 0,82; eliminare la previsione clinica riduceva l’AUC a 0,74. Il dato mostra che giudizio e misure strutturate possono essere complementari. Gran parte degli studi riguardava setting palliativi oncologici e molti presentavano alto rischio di bias, soprattutto per la mancata valutazione della calibrazione.
PiPS-A e PiPS-B
I modelli Prognosis in Palliative care Study sono stati sviluppati nel cancro avanzato. PiPS-A utilizza dati clinici; PiPS-B aggiunge esami del sangue. Producono probabilità di sopravvivenza a 14 e 56 giorni e categorie finali di giorni (0-13), settimane (14-55) o mesi (almeno 56).
Nello studio PiPS2 su 1.833 pazienti, PiPS-B risultò accurato quanto la stima multiprofessionale, mentre PiPS-A fu meno accurato. Gli altri strumenti validati non mostrarono una superiorità uniforme rispetto alla previsione clinica. Questo non li rende inutili: possono offrire riproducibilità, una seconda opinione e uno stimolo a esplicitare il ragionamento. PiPS-B richiede dati ematici che non sempre è proporzionato ottenere.
Surprise Question, SPICT e NECPAL
“Mi sorprenderei se questa persona morisse entro un anno?” è un invito al clinico a fermarsi e considerare bisogni e pianificazione. Una meta-analisi recente su 56 coorti e 68.829 persone ha mostrato un’accuratezza solo moderata, con forte eterogeneità. La domanda funziona meglio come trigger riflessivo che come test individuale di mortalità.
Analogamente, SPICT e NECPAL aiutano a identificare deterioramento e bisogni palliativi. Confondere identificazione del bisogno con predizione della sopravvivenza rischia sia falsi positivi sia esclusioni ingiuste.
Performance status, infiammazione e malattia specifica
Nel cancro avanzato ancora trattato, ECOG o Karnofsky e misure dell’infiammazione sistemica possono aiutare a distinguere gruppi di rischio. Il modified Glasgow Prognostic Score, basato su proteina C reattiva e albumina, non assegna una data e può essere alterato da infezione, steroidi e trattamenti.
Nelle patologie non oncologiche servono fattori e modelli specifici. Una revisione di 41 studi su BPCO, scompenso cardiaco, demenza e condizioni miste ha riscontrato performance per lo più modeste o moderate e poca validazione esterna. Questi strumenti sono più difendibili per stratificazione e pianificazione che per una previsione individuale precisa.
Perché non sommare punteggi diversi
PPS, PPI, PaP e PiPS condividono variabili come funzione, dispnea, apporto e delirium, ma predicono esiti e orizzonti differenti in popolazioni diverse. Sommarli artigianalmente significa contare due volte alcuni segnali e creare un risultato mai validato. Sono possibili modelli combinati studiati con formule predefinite, ma ciò non legittima una somma al letto del paziente.
Una revisione del 2026 ha identificato 77 modelli prognostici nel cancro avanzato: meno della metà era stata validata esternamente e nessuno era stato sottoposto a uno studio d’impatto. Prima di adottare un punteggio sono quindi necessarie validazione esterna, calibrazione locale, fattibilità e prova di utilità clinica.
Una procedura clinica prudente
La valutazione può essere organizzata in questa sequenza:
- definire il quesito e l’orizzonte temporale;
- ricostruire traiettoria, funzione e reversibilità;
- formulare una stima clinica prima di calcolare il punteggio;
- scegliere un solo strumento validato per popolazione e quesito, se utile;
- confrontare risultato e giudizio clinico, spiegando le discrepanze;
- condividere intervallo, scenari e grado di incertezza;
- collegare la prognosi a una decisione e a una data di rivalutazione;
- documentare preferenze informative, persone coinvolte e piano.
Quando la situazione cambia a casa
Un peggioramento improvviso non deve essere interpretato automaticamente come morte imminente. Contattare l’équipe curante in caso di nuova confusione, sonnolenza marcata, febbre, dolore non controllato, respiro improvvisamente più difficile, impossibilità ad assumere i farmaci, caduta, sanguinamento o drastica riduzione delle urine.
Se la persona presenta grave difficoltà respiratoria, non si sveglia normalmente, ha una convulsione, un’emorragia importante o un altro evento acuto e non esiste un diverso piano palliativo formalmente condiviso, chiamare il 112 o il 118, secondo il servizio attivo localmente. Quando è già attiva un’équipe domiciliare, seguire anche le istruzioni urgenti ricevute e tenere visibile il numero di riferimento.
Domande frequenti
Il medico può sapere il giorno esatto della morte?
Quasi mai. Può riconoscere un rischio crescente e, nelle fasi molto avanzate, stimare che il tempo sia probabilmente di mesi, settimane, giorni o ore. Anche allora rimane un margine di incertezza.
Se il medico dice “settimane”, può trattarsi di mesi?
Sì. Una stima è una distribuzione di possibilità, non un appuntamento. È corretto chiedere quale sia lo scenario più probabile, quale il migliore e quale il peggiore, e quando la valutazione verrà aggiornata.
Un punteggio alto significa che la morte è certa entro quel periodo?
No. I punteggi distinguono gruppi con probabilità differenti. Non determinano ciò che accadrà a un individuo e devono essere interpretati nel contesto clinico.
Il paziente deve essere informato anche se la famiglia non vuole?
La persona capace ha diritto a informazioni comprensibili sulla prognosi e può anche scegliere di non riceverle o indicare una persona di fiducia. La famiglia viene coinvolta secondo la volontà del paziente, non automaticamente al suo posto.
Parlare della prognosi aumenta ansia e disperazione?
Può essere emotivamente difficile, ma evitare il tema non elimina la paura. Negli studi oncologici, una comunicazione esplicita è stata associata a una comprensione più realistica senza peggiorare ansia, tristezza o rapporto con il medico. Il modo, il momento e la personalizzazione restano essenziali.
Migliorare per qualche giorno significa che la prognosi era sbagliata?
Non necessariamente. Una complicanza può rispondere al trattamento e produrre un recupero temporaneo. La prognosi riguarda anche la malattia di fondo e la capacità di mantenere quel recupero.
Le cure palliative iniziano solo quando restano pochi giorni?
No. Possono affiancare le terapie rivolte alla malattia molto prima. L’accesso dovrebbe dipendere dai bisogni e dalla complessità, non dalla capacità di prevedere con certezza gli ultimi giorni.
Che differenza c’è tra prognosi e segnali del fine vita?
La prognosi considera l’intera traiettoria e può riguardare mesi o settimane. I segnali del fine vita descrivono cambiamenti tipici degli ultimi giorni o ore. Le due valutazioni sono collegate, ma non coincidono.
Prepararsi a una valutazione palliativa
Per ricostruire la traiettoria sono utili una cronologia semplice delle ultime settimane, livello di autonomia prima e dopo gli eventi recenti, ricoveri, infezioni, quantità assunte, deglutizione, vigilanza, sintomi, risposta ai trattamenti, terapia in corso e desideri già espressi dalla persona. Non inviare referti completi o dati identificativi attraverso canali non protetti.
Serve comprendere meglio il quadro e organizzare l’assistenza?
Una valutazione palliativa può integrare diagnosi, andamento, autonomia, sintomi e obiettivi per formulare scenari realistici e un piano pratico. Per un primo contatto indicare comune, diagnosi, cambiamenti delle ultime settimane, assistenza già attiva e problema principale. La valutazione non può promettere una data, ma può ridurre l’incertezza evitabile e chiarire che cosa fare se la situazione cambia.
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Queste informazioni non sostituiscono una valutazione medica. In caso di grave emergenza improvvisa e in assenza di un diverso piano palliativo condiviso, contatti il servizio di emergenza.
